PLANET OF THE APES

L'evento non è acquistabile.

  • Venerdì 13/03
  • dalle 21:00 alle 22:52
  • € 7.50 +d.d.p.
  • Sala 1
    Via Vincenzo Monti 7/c, 37132 VERONA

Planet of the Apes è un film che, anche a distanza di decenni, non smette di parlare al presente. Uscito nel 1968, utilizza la fantascienza per raccontare una riflessione profonda sull’essere umano: la paura del diverso, l’arroganza del potere e la fragilità della civiltà. Dietro l’apparenza di un racconto avventuroso ambientato nello spazio si nasconde una riflessione amara, capace ancora oggi di colpire con forza.

La storia segue un equipaggio di astronauti che, dopo un lunghissimo viaggio nello spazio, atterra su un pianeta sconosciuto oltre duemila anni dopo la partenza dalla Terra. A guidarli è George Taylor (Charlton Heston), uomo cinico e disilluso che ripone poca fiducia nel futuro dell’umanità. Il mondo che li accoglie è silenzioso, deserto, quasi morto. Ma è solo un’illusione. Trovano invece una civiltà in cui le scimmie sono la specie dominante e gli esseri umani sono ridotti a creature mute, primitive, cacciate e rinchiuse come animali privi di dignità. La società delle scimmie è organizzata e apparentemente civile, ma governata da dogmi religiosi e da un’autorità che teme il progresso scientifico. Un mondo che, pur essendo alieno, risulta fin troppo familiare.

Il cuore del film sta proprio in questo ribaltamento dei ruoli. Le scimmie riproducono gli stessi comportamenti dell’uomo: esercitano il potere attraverso la violenza, giustificano il dominio in nome della superiorità e rifiutano qualsiasi verità che possa mettere in discussione il sistema. Guardando questa realtà attraverso gli occhi di Taylor, lo spettatore è costretto a cambiare prospettiva: per una volta, non siamo dalla parte dei dominatori, ma da quella dei dominati. Il film suggerisce che il potere, indipendentemente da chi lo esercita, tende sempre a generare sopraffazione. Cambiano i ruoli, ma non gli errori.

La regia di Franklin J. Schaffner riesce a bilanciare avventura e riflessione senza mai perdere equilibrio. Il tono resta sempre misurato, lasciando che il disagio emerga gradualmente. Anche grazie alle interpretazioni di Roddy McDowall e Kim Hunter, le scimmie-scienziato Cornelius e Zira diventano figure sorprendentemente empatiche, capaci di mettere in discussione il mondo in cui vivono.

Un contributo decisivo in questo senso lo gioca il trucco prostetico di John Chambers. Le scimmie risultano incredibilmente espressive e credibili, in grado di comunicare emozioni e sfumature pur dietro strati di lattice. È un lavoro artigianale che rende credibile l’impossibile e che ancora oggi colpisce per qualità e realismo. Non a caso Chambers ricevette un Oscar onorario e il suo contributo diede vita a una nuova generazione di truccatori, il cui lavoro influenzò profondamente il cinema successivo.

La colonna sonora di Jerry Goldsmith completa l’atmosfera del film scegliendo una strada opposta a quella delle musiche epiche tradizionali. Le sue composizioni sono tese, sperimentali, spesso disturbanti. L’uso di strumenti insoliti e tecniche d’avanguardia crea un senso costante di alienazione e incertezza, rendendo Planet of the Apes un luogo alieno anche emotivamente.

Il successo del film diede vita a uno dei franchise più importanti della storia del cinema, che include quattro sequel, una serie televisiva, una serie animata e fumetti, fino ai più recenti remake: quello del 2001 diretto da Tim Burton e la serie reboot inaugurata nel 2011.

Il finale, diventato iconico, è una chiusura che lascia senza parole. In pochi istanti, il film svela il suo significato più profondo e trasforma la fantascienza in una condanna durissima. Planet of the Apes non parla di un pianeta lontano o di un futuro impossibile, ma di noi. E lo fa ricordandoci che, se non impariamo dal passato, siamo destinati a ripetere gli stessi errori. Sempre.

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